Catalogna: il premier si suicida per consentire la formazione di un governo a favore dell’indipendenza

 
[English at http://links.org.au/node/4600 ] di Dick Nichols, traduzione di Giuseppe Volpe ZNet Italy

 

19 gennaio 2016 – Il 9 gennaio il titolo di prima pagina di La Vanguardia, il quotidiano filo-sistema della Catalogna, diceva: “Insieme Per Il Sì e CUP esauriscono le opzioni di accordo: il fallimento dei negoziati apre la via alle elezioni il 6 marzo”.

 

I dialoghi all’interno della maggioranza filo-indipendenza del parlamento catalano – composta dalla convenzionale coalizione Insieme Per Il Sì e dall’anticapitalista Candidature Popolari Unite – Appello Costituente (CUP-CC) – erano alla fine crollati dopo più di tre mesi di incontri. Questa maggioranza era emersa dalle elezioni “plebiscitarie” catalane del 27 settembre, convocate come sostituto del referendum in stile scozzese che è sempre stato respinto dai maggiori partiti spagnoli, il Partito Popolare (PP) al governo e il Partito Socialista Spagnolo dei Lavoratori (PSOE).

 

Nonostante l’intervento all’ultimo minuto delle tre organizzazioni di massa del nazionalismo catalano – il Congresso Nazionale Catalano (ANC), l’Associazione delle Municipalità per l’Indipendenza (AMI) e il movimento per la cultura catalana Omnium Cultural – il CUP-CC continuava a rifiutarsi di accettare il premier pro tempore Artur Mas come capo del primo governo filo-indipendenza della Catalogna.

 

Per l’investitura di Mas almeno due dei dieci deputati del CUP-CC avrebbero dovuto unirsi ai 62 deputati della coalizione di maggioranza Insieme Per Il Sì, dando al campo filo-indipendenza una maggioranza di 64 contro 63 nella terza e finale consultazione per l’investitura. Nel CUP-CC molti, compreso il suo illustre ex parlamentare David Fernàndez, appoggiavano questo corso d’azione. Tuttavia la maggioranza del CUP-CC era contro qualsiasi sostegno a Mas, il leader di lungo corso della conservatrice nazionalista Convergenza Democratica della Catalogna (CDC).

 

La CDC, il principale partito di governo della Catalogna dopo la fine della dittatura franchista, è stato circondato dal fetore della corruzione per più di un decennio, con l’ex leader e per sei volte premier Jordi Pujol che attualmente affronta una raffica di accuse di evasione fiscale e altri luminari della CDC accusati di mazzette al partito da assegnatari di contratti governativi.

 

Il CUP-CC ha persino respinto una proposta che Mas sia insediato come premier per un periodo di due o tre mesi, con primarie aperte o un processo partecipativo tenuto successivamente per decidere definitivamente il premierato. Per i nazionalisti di sinistra tale processo avrebbe potuto andar bene se Mas non avesse potuto candidarsi.

 

Per parte sua Mas ha affermato (in un’intervista del 29 dicembre a Radio Catalogna) che “il CUP-CC è forte, ma non forte abbastanza per cambiare un premier” e (in una conferenza stampa del 5 gennaio) che “il premierato non è un mercato delle vacche”.

 

Ma poi, nel pomeriggio del 9 gennaio, è arrivata la notizia che Mas si sarebbe “fatto indietro” per consentire la formazione di un governo con il sostegno del CUP-CC. Con i sondaggi d’opinione che mostravano che elezioni anticipate avrebbero, al meglio, visto la stagnazione del voto a favore dell’indipendenza e, al suo interno, il superamento della CDC da parte della Sinistra Repubblicana di Catalogna (ERC) nazionalista di centrosinistra, l’orgoglioso e testardo premier catalano ha deciso che il suicidio era la sua scelta meno peggiore.

 

Il 10 gennaio il parlamento catalano ha investito Charles Puigdemont, sindaco CDC della capitale regionale Girona e scelto da Mas come proprio sostituto, a premier di un governo di Insieme Per Il Sì. Il voto è stato di 70 a favore (Insieme Per Il Sì più otto del CUP-CC) e di 63 contro, il socialdemocratico Partito dei Socialisti della Catalogna (PSC), il conservatore Partito Popolare (PP), la nuova destra di Ciudadanos e la sinistra di Catalogna, Sì Che Possiamo (CSQEP).

 

I deputati del CUP-CC si sono astenuti, a testimoniare le differenze interne “sane e necessarie” dell’organizzazione anticapitalista, mentre il leader di CSQEP Lluis Rabell ha descritto l’opposizione della coalizione radicale come “di sinistra” al fine di distinguersi da altre forze opposte all’investitura. “Il nostro ‘no’ è una mano tesa alle forze progressiste per costruire una grande alleanza per il cambiamento”.

 

L’accordo

 

In precedenza, nella giornata, il leader del CUP-CC e parlamentare Benet Salellas aveva salutato il risultato come una legittimazione del rifiuto dell’organizzazione anticapitalista di accettare Mas come premier. “Abbiamo gettato Artur Mas nel cestino della storia”, sono state le sue parole dopo che il comitato politico del CUP-CC aveva votato 44 contro 9, con sette astensioni, a favore dell’accordo con Insieme Per Il Sì che aveva consentito l’investitura di Puigdemont.

 

Tuttavia l’accordo sottoscritto con Insieme Per Il Sì richiedeva al CUP-CC di assumere tre impegni specifici: votare per il candidato a premier “che propone il premier attuale”; garantire l’inserimento di due deputati del CUP-CC nel caucus parlamentare di Insieme Per Il Sì su basi stabili; e “in nessun caso votare allo stesso modo dei gruppi parlamentari opposti al processo o il diritto di decidere” se tale azione mettesse a rischio la stabilità del governo. In effetti questo accordo limita il caucus parlamentare del CUP-CC al sostegno o all’astensione se altri gruppi votano insieme contro Insieme Per Il Sì.

 

L’accordo ha anche incluso la seguente autocritica dell’organizzazione anticapitalista:

 

“Il CUP-CC riconosce che la difesa del processo politico come inteso dal CUP-CC possa aver messo a rischio la spinta del processo d’indipendenza, e il voto della popolazione e della maggioranza dell’elettorato a favore di esso, a causa di negoziati che hanno logorato entrambe le parti nonché la base sociale e popolare di sostegno all’indipendenza.”

 

“Devono essere ammessi errori riguardo alla bellicosità manifestata nei confronti di Insieme Per Il Sì, soprattutto in rapporto all’inequivocabile impegno a far progredire il processo d’indipendenza e il processo costituzionale che esso implica, che è il solo terreno su cui possiamo costruire le strutture e i riferimenti della sovranità che ci consentirà ideare maggiori spazi di giustizia sociale e di partecipazione democratica come società”.

 

“Il CUP-CC è perciò impegnato, a ogni fine, a rinforzare il potenziale di dialogo sociale e mobilitazione nella fase politica che inizia con questo accordo, compresa la difesa attiva di tutti i protagonisti che lo rendono possibile”.

 

“Il CUP-CC mette a disposizione di questo accordo il proprio impegno a rinnovare il proprio gruppo parlamentare nella misura necessaria al fine di delineare un cambiamento della fase politica e di assumere implicitamente la propria parte di autocritica riguardo al processo negoziale”.

 

Il comitato politico del CUP-CC del 10 gennaio ha anche deciso che due dei suoi deputati – un per ciascuno schieramento del dibattito sulla possibile investitura di Mas che ha dilaniato l’organizzazione – sarebbero stati sostituiti da altri. Al tempo stesso Antonio Baños, il principale candidato del CUP-CC del 27 settembre, si è dimesso dal parlamento: il giornalista era stato a favore dell’investitura di Mas a premier sulla base dei progressi compiuti nei negoziati sul programma politico del governo entrante.

 

Dietro l’abdicazione di Mas

 

Per comprendere come Mas – per il mondo esterno l’Alex Salmond della lotta per l’indipendenza catalana – sia finito per essere sostituito come premier catalano da un sindaco che era solo il numero tre della lista di Insieme Per Il Sì nella provincia di Girona, occorre partire dall’ambiguo risultato delle elezioni “plebiscitarie” del 27 settembre. In esse le forze a favore dell’indipendenza hanno conquistato una maggioranza di 72 contro 63 seggi con il 47,8 per cento dei voti, un risultato reso possibile dal sistema elettorale catalano modificato con distretti che favoriscono un solo partito e che dà ad alcuni voti regionale un valore doppio rispetto al voto nell’area di Barcellona.

 

Sia per Insieme Per Il Sì, sia per CUP-CC questo risultato ha significato che un governo entrante a favore dell’indipendenza poteva avviare il processo di “distacco” dallo stato spagnolo, ma che ciò poteva essere completato solo mediante un processo costituzionale catalano che avrebbe dovuto concludersi con il sostegno della maggioranza alla bozza di costituzione elaborata.

 

Per il resto dei partiti – che includono CSQEP, raggruppando insieme l’Iniziativa Per La Catalogna, Podemos, La Sinistra Unita e Alternativa e il partito verde, interamente spagnolo, Equo – l’elezione “plebiscitaria” era stata persa dalle forze a favore dell’indipendenza: un governo entrante di Insieme Per Il Sì non aveva alcun mandato per avviare il suo percorso verso un’indipendenza della repubblica catalana.

 

Il 9 novembre, il primo anniversario della consultazione “illegale” del 2014 dell’opinione pubblica catalana condotta dal governo Mas, il parlamento catalano ha adottato una risoluzione presentata da Insieme Per Il Sì e da CUP-CC che delineava i passi da compiere lungo il percorso di “una separazione democratica dallo stato spagnolo”, compreso l’impegno di ignorare le sentenze dei tribunali spagnoli. Contemporaneamente discussioni tra Insieme Per Il Sì e CUP-CC su un programma governativo che il CUP potesse appoggiare erano avviate su tre tavoli negoziali tematici riguardanti un programma di assistenza sociale d’emergenza, la costruzione di un processo costituente e l’organizzazione della rottura con lo stato spagnolo.

 

Tuttavia, mentre questi negoziati stavano giungendo al termine, i risultati della Catalogna nelle elezioni spagnole del 20 dicembre hanno rivelato una forte caduta dei voti per i partiti favorevoli all’indipendenza. Tra essi Democrazia e Libertà (DiL, un’alleanza nazionalista di destra basata sulla CDC) e l’ERC hanno ottenuto solo il 31,15 per cento, rispetto al 39,54 per cento di Insieme Per Il Sì del 27 settembre: 456.000 elettori avevano abbandonato il principale ovile nazionalista.

 

La maggior parte di loro è andata all’alleanza unitaria popolare Insieme Possiamo (24,74 per cento) che ha attirato 561.000 voti in più di quanti la sua controparte prossima, il CSQEP, era riuscita a ottenere nelle elezioni regionali catalane. Insieme Possiamo è oggi la principale forza catalana nel parlamento spagnolo con 12 dei 47 seggi della Catalogna, contro i 18 dei tre partiti unionisti insieme (PP, PSC e Ciudadanos) e i 17 delle due forze filo-indipendenza (ERC e DiL).

 

(Il CUP-CC non ha partecipato a questa “elezione spagnola” i suoi 330.000 voti del 27 settembre sarebbero finiti dispersi tra Insieme Possiamo, ERC e l’astensionismo).

 

Il dibattito nel CUP-CC

 

Questo risultato ha accresciuto la pressione per una soluzione all’interno del campo indipendentista, con una campagna in intensificazione dei media nazionalisti catalani affinché il CUP-CC abbandonasse il suo veto contro Mas. Il CUP-CC, che aveva già riaffermato questa posizione in un’assemblea di massa il 30 novembre, ha deciso di sottoporre la decisione a un’altra assemblea di massa dei suoi membri, sostenitori attivi e organizzazioni affiliate il 27 dicembre.

 

Quella riunione si è conclusa con uno straordinario pareggio, che ha visto il CUP-CC dividersi tra quelli per i quali un sostegno critico a un governo di  Insieme Per Il Sì era indispensabile se si voleva far progredire la lotta per l’indipendenza e quelli per i quali il movimento per l’indipendenza non poteva progredire fintanto che Mas ne restava il capo.

 

Questo secondo blocco conteneva due sub-blocchi: quelli per i quali il problema chiave era Mas come simbolo di continuità con tutto ciò che era stato marcio nello stato della Calogna (“Pujolismo”) e quelli per i quali la lotta per l’indipendenza non poteva progredire sotto un qualsiasi genere di egemonia della CDC, indipendentemente da quanto purificato dall’immondizia pujolista.

 

Il voto alla pari dell’assemblea di massa del CUP-CC ha fatto sì che la decisione finale dovesse essere presa il 3 gennaio da una riunione congiunta del comitato politico del CUP composta da 57 rappresentanti delle sue 13 assemblee territoriali e dal Gruppo d’Iniziativa Parlamentare dell’Appello Costituente, rappresentante le sue 11 organizzazioni affiliate. Questo organismo ha espresso 36 voti contro 30, con un’astensione, a favore del mantenimento del veto del CUP-CC a Mas, con il voto del comitato politico del CUP a 29 contro 27 e quello del Gruppo d’Iniziativa Parlamentare dell’Appello Costituente a 7 contro 3 con una astensione.

 

Il risultato ha scatenato una tempesta di proteste nel movimento generale per l’indipendenza, di scuse ai costituenti da parte di numerosi sindaci e consiglieri del CUP e con le dimissioni di Antonio Baños da capo del gruppo parlamentare. Nella sua lettera di dimissioni Baños ha affermato di non essere in grado di difendere la posizione adottata, scrivendo: “Avendo ottenuto la maggioranza a favore dell’indipendenza il 27 settembre, la mia interpretazione era che il mandato esplicito affidatoci dal paese consistesse nell’avviare la separazione dallo stato spagnolo senza ritardi o dubbi. E’ questo il motivo per cui mi sono trovato nelle fila di quelli che a favore dell’accettazione dell’accordo proposto con Insieme Per Il Sì e del voto all’investitura del suo candidato”.

 

In un’intervista radiofonica del 5 gennaio Baños ha detto: “Non c’è rivoluzione o trasformazione sociale senza indipendenza. Non era questione di un’investitura a Mas o no, ma di costruire la repubblica [catalana] e in ciò Mas era uno degli elementi da valutare, non il solo elemento”.

 

Il seguente commento di Robert Sabater, il sindaco CUP della cittadina rurale di Vildamat e sostenitore dell’abbandono del veto a Mas, dà un’idea dell’intensità del dibattito interno al CUP-CC e dell’impatto della sua decisione del 3 gennaio:

 

“La cosa più grave di tutte è che la decisione di commettere questo errore spaventoso non è stata presa dal CUP, bensì da un’accolta di organizzazioni parassitarie e pre-politiche che ha tenuto l’organizzazione in ostaggio sin dalla creazione della coalizione dell’Appello Costituente.”

 

“Alcune organizzazioni – e le nomino (In Lotta, Lotta Internazionalista e Corrente Rossa) – che oltre a non apportare alcuna esperienza o vantaggio politico e agendo da autentici parassiti del CUP, sono riuscite, con la complicità di alcuni, a rompere il suo equilibrio interno e in tal modo a rovinarne l’immagine pubblica e a distruggere l’organizzazione politica più democratica, pulita, equa, trasparente e ispiratrice dell’intero sud dell’Europa”.

 

In una dichiarazione dell’8 gennaio In Lotta, che è allineata internazionalmente con il Partito Socialista dei Lavoratori britannico, ha ricordato a Sabater – il cui commento è stato utilizzato di accusa di comunismo da parte di alcuni media filo-indipendenza – che lo stesso comitato politico del CUP aveva votato a favore di mantenere il veto a Mas.

 

Gli ultimi giorni di Mas

 

Con la sua decisione del 3 gennaio il CUP-CC ha aumentato la pressione su Insieme Per Il Sì perché si presentasse con un candidato sostitutivo. Il premier a sua volta ha cercato di far entrare l’ERC nel suo governo provvisorio e di ottenere dall’ERC l’impegno che in caso di elezioni anticipate si sarebbe trattato di una riedizione di Insieme Per Il Sì (con ERC e CDC schierati insieme).

 

La dirigenza dell’ERC, cosciente di avere alla fine battuto la CDC nelle elezioni spagnole del 20 dicembre, ha respinto quell’invito e raddoppiato le sue esortazioni perché CUP-CC e CDC “salvassero il processo”. In questo modo l’ERC stava aumentando la pressione perché Mas si facesse da parte persino mentre formalmente continuava a sostenerlo. Tuttavia Joan Tardà, il parlamentare leader dell’ERC al parlamento spagnolo, ha anche twittato che “poiché il CUP-CC non è stato in grado di risolvere il puzzle, nel nome del patriottismo si permetta che tutti facciano tutto quanto è necessario per evitare nuove elezioni”.

 

E’ stato a questo punto, di fronte alla scadenza del 12 gennaio per l’investitura del governo e alla possibilità il processo d’indipendenza a quel punto depresso sarebbe finito nella demoralizzazione e nella sconfitta in un voto anticipato (e – molto importante per la CDC – che sarebbe stata privata del potere) che varie figure di Insieme Per Il Sì e della CDC hanno detto a Mas che il male minore sarebbe stato che egli si facesse da parte.

 

Il premier l’ha fatto, ma solo dopo essersi assicurato i maggiori guadagni possibili in cambio della sua abdicazione. Questi sono consistiti nella sua nomina del successore e nella garanzia, da parte di CUP-CC, della stabilità del governo di transizione e della partecipazione al caucus parlamentare di Insieme Per Il Sì.

 

Mas si è anche assicurato che il suo stretto collaboratore ed ex segretario governativo Jordi Baiget ottenesse la posizione di ministro del commercio nel governo entrante, mantenendo così i legami con i circoli commerciali catalani nelle mani della CDC, pur con il leader dell’ERC Oriol Junqueras, il vice premier entrante, che diviene il super ministro dell’economia e della finanza.

 

Mas ha anche chiarito che non avrebbe lasciato la politica e che avrebbe mantenuto aperta la possibilità di tornare a un ruolo di dirigenza se necessario. Al tempo stesso sarebbe stato disponibile per contribuire al processo d’indipendenza in ogni modo possibile e a dedicarsi al massimo per ricostruire la CDC.

 

Per il premier uscente quest’ultimo compito è probabilmente il più urgente: riorganizzare e riconsolidare lo spazio politico in contrazione della destra nel paese, cioè – se ci si deve fidare dei sondaggi d’opinione – della più tendente a sinistra in Europa. (Ad esempio nei sondaggi del governo catalano a dicembre del Centro di Studi d’Opinione, il 62 per cento degli intervistati si è identificato come o di centrosinistra o di estrema sinistra).

 

Reazioni a sinistra

 

Le dimissioni di Mas e l’investitura di Puigdemont hanno scatenato reazioni a catena nella politica catalana e spagnola, a partire dalla sinistra catalana e spagnola.

 

All’interno del CUP-CC le dimissioni hanno messo a nudo le differenze tra i soddisfatti di aver decapitato Mas e quelli che si opponevano a qualsiasi accordo che lasciasse Insieme Per Il Sì, con la sua maggioranza CDC, sul trono del processo d’indipendenza.

 

Gli avversari più espliciti di ogni accordo con Insieme Per Il Sì sono stati gli affiliati dell’Appello Costituente, Lotta Internazionalista e Corrente Rossa. In un opuscolo del 9 gennaio che sollecitava il rifiuto dell’accordo e la sua sottoposizione a un’altra assemblea di massa, Lotta Internazionalista ha condannato l’accordo come “un sequestro politico del CUP-CC” mentre l’impegno che due deputati CUP-CC votassero con il caucus di Insieme Per Il Sì era “una truffa ai danni di tutti quelli che hanno votato per noi”. L’autocritica del CUP-CC era “una negazione delle nostre assemblee di massa e delle basi programmatiche del CUP-CC”.

 

Per la Corrente Rossa l’accordo comportava l’accettazione di un piano di emergenza sociale da 300 milioni di euro che era “una farsa” e che “mette in discussione il carattere del CUP-CC di forza anticapitalista e antisistema”.

 

Tuttavia, in una critica implicita di queste condanne, il membro di In Lotta Diego Garrido ha scritto l’11 gennaio: “Anche se questo evidente sequestro era già una ragione sufficiente per non firmare l’accordo e se io credo che avrebbe potuto essere ricercata un’altra formulazione, i rappresentanti del CUP-CC hanno reso molto chiaro che questo impegno si applica soltanto a questioni di rottura democratica con lo stato spagnolo, al processo costituente e al piano sociale d’emergenza, che sono pilastri sui quali è inteso senza ambiguità dalla sinistra il processo a favore dell’indipendenza”.

 

Terra Libera, la corrente del CUP-CC che ha sempre appoggiato la tolleranza di Mas come premier se quello era il prezzo del progresso verso l’indipendenza, ha accolto l’accordo finale con questo commento: “Analizzando i punti di consenso ora raggiunti, questo accordo avrebbe potuto probabilmente essere raggiunto prima, se uno sforzo negoziale più politicamente capace – considerata la priorità della soddisfazione sulle personalità e le politiche di cambiamento reale rispetto al simbolismo – fosse stato perseguito da entrambe le parti”.

 

Endavant (Organizzazione Socialista di Liberazione Nazionale), una corrente rivoluzionaria nazionalista di sinistra all’interno del CUP-CC e tra i sostenitori più determinati del mantenimento del veto contro Mas, si è astenuta nel voto del 10 gennaio al comitato politico del CUP e del Gruppo d’Azione Parlamentare CC, un passo indietro dalla posizione manifestata nel suo documento di dicembre “La situazione istituzionale attuale in Catalogna e le scelte per una svolta verso l’indipendenza”. Esso affermava: “Proponiamo un ‘no’ all’investitura di Artur Mas e un ‘no’ al fatto che la CDC abbia un controllo esclusivo sulle leve del processo [d’indipendenza]”.

 

Per la sinistra catalana che non è a favore dell’indipendenza ma che sostiene il diritto della Catalogna all’autodeterminazione, l’accordo tra Insieme Per Il Sì e il CUP-CC è stato ogni cosa, dalla delusione al tradimento. Il leader di CSQEP Lluis Rabell, che aveva apprezzato la “coerenza” del voto di CUP-CC il 3 gennaio, ha descritto l’accordo del 9 gennaio come “umiliante per lo stesso CUP”, aggiungendo che “percorso che abbiamo davanti è semplicemente un inganno, mirato a guadagnare tempo per consentire una riorganizzazione della CDC, un partito destinato al fallimento elettorale”.

 

Il leader di Podemos e parlamentare Iñigo Errejòn ha affermato che l’investitura di Puigdemont “ha rafforzato la possibilità di un patto PP-PSOE” al livello dello stato spagnolo ed è stato “un passo indietro rispetto al [ai risultati del] 20 dicembre”. La sindaca di Barcellona Ada Colau ha detto: “Questo è quanto riguardo alle urne. Per quanto riguarda il declino elettorale della CDC e la vittoria di Insieme Per Il Sì alle elezioni generali, Mas ha ora avuto un attacco di panico all’idea di nuove elezioni”.

 

Per Rivolta Globale, l’organizzazione catalana sorella degli Anticapitalisti spagnoli attiva in Podemos, l’accordo non è stato “una buona notizia” perché “la ritirata temporanea di Mas rende questo accordo una vittoria né politica né simbolica, non lo indebolisce politicamente in modo decisivo e non apre alcuna crisi nella leadership della CDC”.

 

Per Processo Costituente, il movimento “per una repubblica catalana del 99%” avviato da suor Teresa Forcades e dall’economista Arcadi Oliveres, “l’accordo non è soddisfacente e siamo preoccupati per le conseguenze possibili dell’iniziativa di CUP di garantire la stabilità del governo”.

 

Le radici del conflitto interno al CUP-CC

 

Come interpretare il furioso dibattito all’interno del CUP-CC su investire o no Mas? Innanzitutto è il risultato della lotta tra due correnti sociali e politiche potenzialmente egemoni che combattono per lo spazio politico creato da quando l’avvio della crisi economica e dall’ondata di sentimento indipendentista ha cominciato a minare il precedente status quo catalano.

 

La prima corrente raggruppa attori politici sotto la bandiera dell’indipendenza catalana e la seconda sotto la bandiera di una radicale trasformazione istituzionale in Catalogna come parte di una trasformazione parallela nell’intero stato spagnolo, una trasformazione che abbracci l’autodeterminazione delle nazioni che lo compongono.

 

Nel 2015 la lotta politica tra queste due vaste correnti è finita alla pari, dopo aver oscillato una volta da una parte e poi dall’altra. In maggio la vittoria di Barcellona Insieme alle elezioni del consiglio comunale ha segnato l’emergere in un’importante istituzione politica di un movimento per il cambiamento politico alimentato dalla resistenza di base alla crisi economica parallelo a movimenti simili in altre grandi città dello stato spagnolo.

 

Ha anche impressionato la CDC e Artur Mass costringendoli alle concessioni necessarie per realizzare la più vasta unità possibile nel movimento per l’indipendenza (anche retrocedendo lo stesso Mas a quarto nella lista per Barcellona). Il risultato è stato Insieme Per Il S’, che ha raggruppato insieme non solo CDC ed ERC, ma anche l’ala indipendentista dell’Unione Democratica della Catalogna (UDC, l’ex partner della CDC nella federazione governativa Convergenza e Unione) e membri indipendentisti dissidenti di PSC e ICV (rimarchevolmente Raul Romeva, il candidato primo nella lista).

 

Il risultato di Insieme Per Il Sì del 27 settembre si è accompagnato al fallimento del CQSEP ed è sembrato dare il vantaggio alle forze indipendentiste. Tuttavia con i negoziati con il CUP-CC che non arrivavano da nessuna parte e con la vittoria di Insieme Possiamo alle elezioni spagnole del 20 dicembre ha avuto luogo un’altra inversione, mettendo nuovamente sulla difensiva le forze indipendentiste.

 

All’interno del CUP-CC questa inversione della marea ha intensificato le differenze e le tensioni strategiche. A un estremo la vittoria di Insieme Possiamo il 20 dicembre è stata salutata come un’opportunità, di muovere a sinistra il movimento per l’indipendenza cercando di creare un’alleanza Insieme Possiamo- CUP-ERC (sulla falsariga della coalizione al governo della città industriale di Badalona) e in tal modo emarginare la CDC sotto attacco.

 

All’altro estremo la vittoria di Insieme Possiamo è stata avvertita come una minaccia. Dopo il rifiuto di Mas da parte del CUP-CC il 3 gennaio, forze come Terra Libera hanno dichiarato che non avrebbero “accettato qualsiasi proposta che implichi l’annacquamento del contenuto indipendentista del CUP”, mentre il 5 gennaio Baños ha dichiarato che “non possiamo aspettare fino a quando il leader [di Podemos] Pablo Iglesias ci offrirà un referendum in cui ha già affermato che difenderà il ‘no’ [all’indipendenza] … non possiamo aspettare fino a quando non saranno loro a darci il permesso di votare”.

 

Con il crescere della posta in gioco nella lotta, ciascuno schieramento all’interno del CUP ha anche ottenuto il sostegno di potenziali alleati esterni. Ad esempio il caucus filo-indipendenza dell’ICV ha twittato: “Rispetto per la decisione del CUP: un processo radicalmente democratico e trasparente di delibera e una decisione in linea con i suoi impegni elettorali”.

 

Tuttavia, nel campo indipendentista, una figura importante come l’ex leader dell’ANC e presidente del parlamento Carme Forcadell ha twittato che: “Avevo sempre pensato che alla fine il CUP avrebbe contribuito a trasformare in realtà il mandato del 27 settembre. Non è andata così. Mi sono sbagliato. E di quanto!”

 

Così la determinazione a non essere in alcun modo considerati apologhi di Mas, combinata con sentimenti comprensibilmente forti di risentimento nei confronti della CDC come volubile ultima arrivata alla causa dell’indipendenza, ha reso particolarmente intransigenti forze come Endavant.

 

Questa posizione si è scontrata con il sentimento ugualmente ostinato di quelli che sentivano che l’intransigenza del CUP-CC stava minando il futuro dello stesso movimento per l’indipendenza. Ad esempio una dichiarazione del 6 gennaio di Terra Libera descriveva la decisione del CUP-CC del 3 gennaio come “una messa a rischio delle forze conquistate dal movimento per l’indipendenza sino al 27 settembre”.

 

Considerata la vittoria delle forze del “No a Mas” in tale contesto, la decisione del premier temporaneo di dimettersi in quanto punto centrale del conflitto era inevitabile se il movimento per l’indipendenza doveva recuperare l’iniziativa.

 

Chi ha vinto?

 

Dunque la partenza di Mas è stata una vittoria per il CUP-CC e per la sinistra del movimento per l’indipendenza? E’ difficile trarre tale conclusione perché nessuno dei cambiamenti progressisti che accompagnerà l’insediamento del governo Puigdemont è stato in alcun modo dipendente dalle dimissioni dell’ex premier. Sarebbero stati tutti realizzati anche se Mas fosse rimasto.

 

Questo si applica all’intero contenuto dell’”Accordo proposto in direzione dell’indipendenza”, che è stato elaborato nei negoziati tra Insieme Per Il Sì e CUP-CC su come attuare la dichiarazione del 9 novembre che delineava il percorso della Catalogna verso l’indipendenza, il suo piano d’emergenza di soccorso sociale e il processo partecipativo dei cittadini all’elaborazione della sua bozza di costituzione.

 

Inoltre l’apparente successo del CUP-CC nel “gettare Mas nel cestino della storia” non è soltanto arrivato a spese del morale del movimento per l’indipendenza, ma anche a spese dello stesso CUP-CC. Ha giurato di sostenere il governo ogniqualvolta affronti una mozione di sfiducia da parte degli altri partiti parlamentari ed è stato costretto a pubblicare un’autocritica e a sostituire due dei suoi parlamentari come segno rituale di contrizione.

 

Né, rimuovendo Mas, il CUP-CC ha significativamente indebolito l’egemonia della CDC nel campo indipendentista, per il semplice motivo che almeno 600.000 elettori catalani continuano a identificarsi con tale forza conservatrice, nonostante stia costantemente perdendo sostegno a sinistra negli ultimi cinque anni di fermento nazionale. Avendo subito il taglio di una testa, il dragone CDC può ancora farne crescere prontamente un’altra.

 

In effetti, considerata questa realtà e nel caso Puigdemont dovesse inciampare, non è escluso – anche se improbabile – che lo stesso Mas possa arrampicarsi fuori dal cestino della storia, specialmente visto che ha acquistato molta autorità morale agli occhi di molti come l’uomo che si è sacrificato per il bene della Catalogna.

 

Nulla di tutto questo sarebbe accaduto se, innanzitutto,  il CUP-CC non avesse sconsideratamente adottato il suo slogan “Mas deve andarsene”. Quell’atteggiamento politico può avergli guadagnato alcuni voti extra, ma è stato basato su un malinteso – un’allegra illusione – riguardo a quanto prontamente può essere rovesciata la CDC nel movimento per l’indipendenza.

 

Ciò può accadere solo a due condizioni: che la destra tradisca visibilmente la lotta nazionale agli occhi dei suoi sostenitori e che sia in formazione un’alternativa percorribile.

 

Nel frattempo, considerata la guerra in continua intensificazione tra la Catalogna e Madrid – più di recente esemplificata dal rifiuto del re Filippo di incontrare Carme Forcadell – il nazionalismo catalano di destra sarà considerato dalla maggioranza dei catalani favorevoli all’indipendenza come una parte necessaria e legittima della loro causa.

 

Conclusione

 

Con l’insediamento del governo Puigdemont sarebbe sorprendente se tale legittimazione non aumentasse. Non solo Puigdemont sta già producendo un’impressione favorevole con la sua presentazione disarmante e coinvolgente del programma e dell’approccio di Insieme Per Il Sì; i vecchi ministri CDC associati a tagli, austerità e corruzione, insabbiamenti e violenza poliziesca sono spariti. Sono stati sostituiti da una compagine ministeriale più giovane, più femminile, composta da sette membri della CDC, da sei membri dell’ERC e da due indipendenti.

 

Inoltre sia il governo Puigdemont, che ha il compito di preparare una transizione di 18 mesi all’indipendenza, sia il più vasto movimento per l’indipendenza sono perfettamente consapevoli che l’eventuale referendum sulla bozza di costituzione di una Repubblica Catalana non vincerà a meno che gli indecisi si convincano dei vantaggi materiali dell’indipendenza. Ciò impone che il governo si concentri sull’attuazione del suo programma sociale d’emergenza e sul rendere quanto più coinvolgente possibile il processo di elaborazione della bozza della costituzione catalana.

 

In che cosa consisterà l’opposizione “di sinistra” a tale governo? Il CQSEP continua ad affermare che Insieme Per Il Sì non ha alcun mandato per attuare il suo programma, ma che cosa opporrà in pratica il CQSEP? Il processo partecipativo all’elaborazione della costituzione? In entrambi i casi si troverebbe nella sgradevole compagnia del PP e di Ciudadanos.

 

Il CQSEP ha già creato inquietudine in parti della sua stessa base votando con i partiti unionisti contro l’insediamento del governo. Inoltre la sua alternativa al processo d’indipendenza – un referendum in stile scozzese – non ha possibilità di realizzarsi, nonostante l’avanzata di Podemos alle elezioni spagnole del 20 dicembre.

 

Mentre sto completando questo articolo la formazione in extremis del governo di Insieme Per Il Sì sta provocando un’ondata di attacchi di panico a Madrid, con PP, PSOE e Ciudadanos che già formano un blocco nel parlamento spagnolo entrante per impedire che le liste popolari unitarie elette in Galizia, nella Comunità Valenciana e in Catalogna abbiano propri gruppi parlamentari (derubandole di risorse e di presenza parlamentare).

 

Inoltre nei quattro giorni dalla formazione del nuovo governo catalano, esso è stato snobbato dal re, gli è stato detto che ci sarà un’inchiesta per mancato giuramento di Puigdemont alla costituzione e alla monarchia spagnole e minacciato dal ministro delle finanze ad interim Luis de Guindos di sospensione in base alla sezione 155 della costituzione spagnola. Ciudadanos ha già indicato che richiederà al parlamento spagnolo di prendere una posizione formale a favore dell’imposizione al governo di Insieme Per Il Sì di rispettare la legge spagnola.

 

Considerato tutto ciò il principale compito di un’opposizione di sinistra in Catalogna deve certamente consistere nell’opporsi alla brutalità autoritaria in arrivo da Madrid, nel sostenere il diritto del popolo catalano e decidere il proprio futuro e nel difendere il diritto del governo catalano a attuare il programma in base al quale è stato eletto.

 

[Dick Nichols è corrispondente europeo, residente a Barcellona, di Green Left Weekly.]

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